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Un nuova moda di condivisione. Cos’è il social eating

Redazione

 

Trasformare la propria casa, il proprio terrazzo o giardino in un ristorante è ora possibile: cuochi home made propongono le loro specialità a turisti, foodies o semplici curiosi. E’ un nuovo modo di condivisione. Ecco un articolo sul social eating.

In principio erano chiamati guerrilla restaurant: ristoranti improvvisati e itineranti dove Cuochi amatoriali, grazie al passaparola o all’uso dei social, promuovevano i loro piatti

 

Dopo il couch surfing, la  pratica made in USA di ospitare uno sconosciuto sul divano di casa (couch) a prezzi low cost (o addirittura gratis), e il car sharing (l’app più famosa è blablacar), un servizio che permette di condividere un’automobile su prenotazione pagando un prezzo fisso, è ora il momento di condividere anche una cena o un pranzo.

 

Il social Eating è infatti l’ultima frontiera del web 2.0, un vero e proprio business in crescita che offre  pranzi e cene nelle abitazioni private con poche persone.

 

Il principio della condivisione è lo stesso alla base di tutta la sharing economy, solo che al posto del divano, o del pasto in macchina, è possibile trovare un bel piatto di pastasciutta.

 

Ospiti personali, insomma, ma paganti: è questo il principio che vige nel social eating, una realtà che nel bel Paese amante della buona cucina, sta sempre più prendendo piede, nonostante ancora i grossi ostacoli legati, in primis, alle norme sanitarie

 

Ma come funziona il Social Eating

 

Il proprietario dell’abitazione si iscrive al sito o alla piattaforma dedicata al social eating, e poi deve solamente aspettare.

In Italia ci sono oltre 7 mila cuochi social: nell’ultimo anno, sono stati organizzati 37 mila eventi del cosiddetto “home restaurant”, per un fatturato totale di circa 7,2 milioni di euro e 300 mila bocche sfamate. L’incasso medio stimato, per singola serata, è pari a ben 194 euro.
Se pensavate che il cibo non fosse ancora social, dobbiamo dirvi che è invece entrato dalla porta principale della sharing economy.

 

Il social cuoco medio, secondo i dati di Confesercenti, nel 53,8% dei casi è presente su almeno uno dei principali social network ed ha un’età media 41 anni. Il 56,6% è donna, mentre il 14,9% svolge anche attività extra legate comunque al settore del cibo.

Come un qualsiasi ristorante, bisogna andare al supermercato per soddisfare i clienti: la spesa media stimata è di 23,70 euro pro-capite. La regione Lombardia ha registrato il 24,6% degli ospiti, seguono il Lazio (18,6%), Piemonte (15,8%) e Puglia (8,4%). Marginali invece le adesioni nel Sud Italia, con quote in molti casi inferiori al 2%.

 

 

Il social eating a pensarci bene racchiude aspetti vantaggiosi anche in vista della riduzione dello spreco alimentare: in Italia ogni anno vengono infatti “buttati” 12,3 miliardi di euro di cibo.

Nella sharing economy è previsto che quando avanzano degli alimenti , è buona norma riutilizzare gli “avanzi”, invece di farli finire nella spazzatura come accade in tutti i ristoranti.

Entrare nella cerchia del social eating è molto semplice: basta infatti iscriversi come cuochi o ospiti-clienti nelle varie community. Chi organizza mette a disposizione gli spazi di casa, elabora il menù, sceglie la data e fissa il prezzo (nella maggior parte dei casi si tratta solo di un contributo spese).

 

Il potenziale ospite, in pochi clic, può prenotarsi all’appuntamento che considera più goloso e dividere la tavola con nuovi amici. Le probabilità di mangiare bene sono alte, visto che l’organizzatore di solito è un appassionato di gastronomia.

Cucine, salotti e balconi di casa sono a questo punto pronti per diventare veri e propri ristoranti; secondo le norme del ministero dello sviluppo economico, potrebbero essere presto sottoposti a regole normative (anche su sicurezza alimentare e sanitaria) degli esercenti tradizionali, in quanto l’home restaurant viene considerata una vera attività economica e imprenditoriale.

 

 

Quali sono le community più famose

La piattaforma gnammo.com ha rilasciato un vero e proprio codice etico nel quale specifica che “social eating” e “home restaurant” sono due attività differenti. La prima ha infatti carattere saltuario, la seconda è di natura imprenditoriale e con un’organizzazione sistematica.

L’offerta nelle principali città italiane è a Milano, Roma e Torino. Bari la realtà più attiva del Mezzogiorno. In linea con questo trend, Lombardia (16,9%) Lazio (13,3%) e Piemonte (11,8%) sono in testa tra le regioni in cui il fenomeno appare più diffuso.

 

Milano si aggiudica, nel 2014, il primo posto tra le città in cui risiede la maggior parte dei cuochi social, con una quota pari all’8,4% del totale. Nel capoluogo lombardo il Mà Hidden Kitchen Supper Club, uno dei più noti e di maggior successo home restaurant d’Italia. Mentre Roma raggiunge il secondo posto con l’8,2% dell’offerta.

La realtà di riferimento nella capitale è Ceneromane.com, portale che aggrega in tempo reale gran parte delle proposte social eating dell’area. Con una quota del 5,6%, Torino è la terza città più “social eating” in Italia, nonché sede di Gnammo, che ha contribuito a diffondere il fenomeno in tutto il territorio nazionale.

 

 

Uno dei tre co-founder della start-up torinese è pugliese e, non a caso, Bari e il Salento sono le due realtà più attive del Mezzogiorno. Le regioni del Sud, ad eccezione della Puglia, si caratterizzano per una discreta quantità di proposte, ma con scarso successo.

 

Le realtà più diffuse a copertura nazionale sono anche Le Cesarine, Peoplecooks.com, Eatwith.com, Vizeat.com e Kitchenparty.org.

 

Grazie alle community dei golosi è possibile vivere un’esperienza che va al di là del cibo (l’elemento più “social” di sempre). Davanti a un bel piatto di spaghetti alla carbonara si fanno colloqui di lavoro improvvisati, si trovano nuovi amici, si scoprono nuove culture e, perché no, si incontra anche l’amore.

 

Simone Satragno


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