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Sconfiggere la paura dell’altro: lo SVE di Margherita in Turchia (pt.2)

donna burka
Redazione

La nostra volontaria Margherita, in Turchia, ha deciso di vivere appieno la dimensione del confronto culturale. Per farlo, ha scelto di seguire il Ramadan 

 

Ti abbiamo già raccontato di Margherita e della sua avventura come volontaria in Turchia con un articolo in cui lei ci racconta la sua esperienza a diretto contatto con donne siriane. Durante il suo periodo a Gaziantep, oltre a questo, Margherita ha deciso di “uscire dalla zona di comfort” e vivere al massimo l’immersione nella cultura del luogo, praticando il Ramadan. Ecco il suo racconto.

 

 

Ramadan

I tamburi dei musaharati riecheggiano in queste notti attraverso i vicoli bui della città, destando i fedeli affinché consumino al più presto il sahur, l’ultimo pasto concesso prima del digiuno.

 

Sono le 2:30 del mattino ed io mi affaccio alla finestra. Un ragazzo, seduto dietro ad un motorino che procede lentamente, suona un tamburo per le strade del quartiere. Ho impostato la sveglia, ma talvolta questa antica tradizione è più che sufficiente per farmi aprire gli occhi. Il suono dei tamburi, potente e ancestrale, mi fa viaggiare con la mente indietro nel tempo, dandomi quasi l’impressione di un richiamo alla battaglia: destati, è l’ora!

 

Ragazza musulmana sorride

Foto: Margherita Forni

 

Scendo in cucina per prepararmi qualcosa di sostanzioso, dato che poi non potrò più né mangiare né bere fino alle 19:30 della sera. Non ho fame, il mio corpo deve ancora abituarsi a questi pasti mattutini, ma mi hanno detto che la prima e l’ultima settimana sono le più difficili da affrontare, per cui mi sforzo di mangiare, seguendo i saggi consigli di coloro che seguono il Ramadan ormai da anni.

 

Faccio tostare a fuoco basso una fetta di pane su cui adagio una generosa quantità di avocado, mentre l’acqua del pentolino nel quale ho immerso un uovo bolle scoppiettante. Sbuccio una mela che taglio in quattro spicchi e mi verso del succo all’arancia in un elegante bicchiere di vetro trasparente. Trasporto in un vassoio la mia elegante colazione fino al cortile della nostra abitazione per godermi il risveglio della città.

 

Gaziantep Turchia

Foto: Margherita Forni

 

Le notti di Ramadan sono il momento che preferisco. Durante il giorno, sotto il sole cocente, la città rallenta improvvisamente, le persone camminano a passo cadenzato per la strada e parlano a bassa voce per preservare le energie. Ma la notte, all’ora del sahur, le luci delle case si accendono e dalle finestre proviene uno sferragliare di piatti misto a risa, mentre l’odore delle spezie e dei simit appena sfornati si propaga nell’aria. Cerco di consumare il mio pasto lentamente, assaporando ogni morso e bevendo l’acqua a piccoli sorsi mentre mi interrogo sul significato di ciò che sto sperimentando.

 

Molte persone in questi giorni, nell’apprendere che stavo praticando il Ramadan, mi hanno domandato tra lo stupito ed il perplesso il perché. Alcuni hanno azzardato il mio essere musulmana, anche se la mancanza nel mio vestiario dell’hijab rende chiaro agli occhi dei miei interlocutori che non lo sono.

 

Perché sto digiunando? Il Ramadan è qualcosa che volevo sperimentare da tempo, mettendo da parte i benefici o i danni fisici che questa pratica può arrecare, di cui poco mi interesso. Ho scelto di digiunare spinta da una morbosa curiosità e dalla voglia di immergermi totalmente nella cultura religiosa che mi circonda, ovvero quella islamica, che mi affascina e che amo profondamente. Mossa dalla convinzione che non avrei potuto né giudicare né comprendere appieno fino a che non avessi sperimentato sulla mia pelle.

 

Uomo musulmano prega

Foto: Margherita Forni

 

E’ una risposta semplice, credo, eppure il fatto che una occidentale cerchi di oltrepassare, a suo modo, quella cortina di oscurantismo che oggigiorno si cela intorno all’Islam li riempie di una gioia per me inaspettata. Le persone mi abbracciano, mi ringraziano e mi sorridono felici salutandomi con la parole “Allah kabul etsin“: che Dio possa accettare il tuo digiuno.

 

Un ragazzo, ieri, mi ha abbracciata con occhi colmi di lacrime esprimendomi il suo rammarico e la sua tristezza verso un occidente che teme i musulmani, tutti, senza distinzione alcuna: “quando parlo con queste persone vorrei che conoscessero te.”

 

Non posso negare che queste parole siano state uno dei più bei regali mai ricevuti.
Adesso, quando i miei amici musulmani mi vedono, mi chiedono se sto ancora digiunando, fanno il tifo per me e scherzano chiamandomi “la 50% cristiana, 50% musulmana”; e sebbene io non mi senta né l’una, né l’altra, tento ogni giorno di sconfiggere la paura dell’altro a modo mio.

 

Buon Ramadan a tutti.

 

Margherita Forni

 

 

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