Il decreto sicurezza e il reato di rivolta
Continua la campagna social all’interno del progetto INSIGHT con un ulteriore approfondimento sul decreto sicurezza
Il 12 aprile 2025 è stato pubblicato il decreto-legge n. 48, noto come “decreto sicurezza”, che ha introdotto una delle norme più controverse della legislazione penitenziaria italiana: il reato di rivolta penitenziaria. Una misura che secondo l’associazione Antigone rappresenta “il più grande attacco alla libertà di protesta della storia della Repubblica”.
Il nuovo articolo 415-bis del codice penale punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, in gruppo di tre o più persone, partecipi a una rivolta carceraria mediante atti di violenza, minaccia o resistenza. La norma prevede espressamente che costituiscono reato anche le “condotte di resistenza passiva”.
L’impatto sui numeri
I dati forniti da Antigone sono chiari: nel solo 2024 si sono verificati circa 1.500 episodi di protesta collettiva non violenta nelle carceri italiane, coinvolgendo circa 6.000 detenuti. Con l’applicazione del nuovo reato, questi comportamenti potrebbero tradursi in anni aggiuntivi di carcere.
Già nei primi diciotto giorni di applicazione del decreto (dal 12 al 30 aprile 2025), si sono registrati 5 episodi di proteste collettive con circa 80 detenuti coinvolti, che potrebbero costare altri anni di detenzione.
Le criticità costituzionali
La norma presenta gravi profili di illegittimità costituzionale. Il termine “rivolta” non appartiene al lessico giuridico penale, creando potenziali difficoltà interpretative. Ma soprattutto, l’equiparazione tra resistenza passiva e attiva rappresenta una “abnorme ed inedita dilatazione della fattispecie penale”, come sottolineano i giuristi.
La resistenza passiva che può manifestarsi attraverso uno sciopero della fame, il rifiuto di rientrare dopo l’ora d’aria, o semplicemente restare in cella, diventa ora penalmente rilevante. Si tratta di manifestazioni di dissenso non violente che spesso costituiscono l’unico modo per i detenuti di far conoscere le proprie rimostranze in contesti di degrado e sovraffollamento.
Il decreto sicurezza non si limita ai detenuti, ma colpisce trasversalmente ogni forma di protesta: dagli eco-attivisti ai movimenti per il diritto alla casa, dalle ONG impegnate nel soccorso in mare ai lavoratori in sciopero. Con i suoi 39 articoli, la riforma introduce nuovi reati e aggravanti che sembrano avere come unico obiettivo la criminalizzazione del dissenso.
Questo contenuto rientra nella campagna mediatica del progetto INSIGHT – “Initiating New Standards in Journalism”, cofinanziato dal programma Erasmus+ dell’Unione Europea, che promuove un giornalismo etico e una rappresentazione rispettosa delle persone (ex) detenute, favorendone la reintegrazione sociale.
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