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2 Gennaio 2026

Tra cronaca e spettacolo: la responsabilità del giornalismo nel raccontare il carcere

Continua la campagna social del progetto Insight con un approfondimento sul fenomeno della mediatizzazione e della responsabilità giornalistica

L’arrivo dei nuovi media nel panorama dell’informazione è da tempo al centro di un acceso dibattito. Da un lato, chi ne esalta la capacità di rendere le notizie più capillari, accessibili e libere da filtri editoriali; dall’altro, chi ne condanna i rischi, dalla superficialità all’overload informativo, fino alla nascita di nuovi fenomeni che rischiano di alterare la realtà, come quello della mediatisation (o mediatizzazione).

Per mediatisation si intende il processo tramite il quale i media influenzano altri settori della società, quali la politica, le pubbliche istituzioni e i suoi protagonisti, diventando così veri e propri strumenti di mediazione della realtà. Se una volta l’informazione era appannaggio unicamente di persone esperte e formate (come i giornalisti), con l’arrivo dei nuovi media tutte le persone possono non solo disporre delle notizie, ma anche produrle. 

Il fenomeno della mediatizzazione influenza tutto il campo dell’informazione e può comportare gravi rischi al modo in cui la cronaca viene veicolata. Quando si parla di carcere, ad esempio, è comune trovare notizie che esaltano un senso di insicurezza collettiva, provocano inutili allarmismi o costruiscono realtà percepite che sono diverse da quelle reali.

Questo può comportare la definizione di politiche sulla base di dati incompleti o non confutati. Si pensi, ad esempio, al recente decreto legge “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”, più comunemente conosciuto come decreto sicurezza,  nato, tra le altre motivazioni, come misura di repressione del dissenso, con l’intento di rafforzare la logica punitiva nei confronti dei detenuti e, per questo motivo, che introduce il reato di rivolta in carcere e nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio in Italia, i cosiddetti CPR.

Il ruolo dei professionisti

Per chi lavora nel campo dell’informazione non è certamente facile destreggiarsi all’interno di questo scenario. In un panorama che cambia repentinamente, in cui le tutele sono sempre più ridotte e permea la logica clientelare con sponsor che rappresentano l’unica fonte di guadagno delle testate, è complicato rimanere in equilibrio tra la propria etica, personale e professionale, quando entrano in gioco le necessità economiche e la sostenibilità del proprio lavoro.

Il modo in cui i media raccontano il carcere influenza tantissimo l’immagine che il pubblico si costruisce di esso, sia a livello individuale che a livello collettivo, e può portare a un rafforzamento o a un cambiamento degli stigmi e degli stereotipi ad esso associati. Il ruolo dei media makers si delinea, quindi, come fondamentale in questo scenario, e deve farsi carico di un compito importantissimo: veicolare i fatti, ma senza modificarli; fornire strumenti, notizie, ma evitando sensazionalismi.

È cruciale fornire notizie complete, attingendo da fonti attendibili e diffondendo dati solo quando si è certi della loro correttezza e completezza. Fondamentale è rispettare il principio della presunzione di innocenza, evitando il patibolo mediatico.

La nascita del processo mediatico

La mediatizzazione ha, infatti, dato vita a quello che è diventato uno dei fenomeni più largamente diffusi nel panorama odierno: la nascita del processo mediatico. Il processo mediatico si definisce parallelamente a quello penale e può costituire uno strumento tanto strategico quanto pericoloso.


In alcuni casi, infatti, esso si struttura come un vero e proprio reality show, all’interno del quale tutti hanno un ruolo: sulla base delle informazioni diffuse, anticipate o carpite, il pubblico formula giudizi, decidendo già prima della sentenza chi sarà il colpevole. L’aumento dell’interesse verso il true crime ci fa capire come è cambiato l’interesse del pubblico: più il delitto è efferato, più il crimine è violento, più è facilmente spettacolarizzabile.

Le persone cercano verità emotive più che storiche e fattuali e se la sentenza non soddisfa le aspettative, allora si insinua il dubbio che non sia giusta.
Al contrario, in altri casi il processo mediatico può servire a raccogliere ulteriori prove e far luce su eventi o casi interessati da insabbiamento delle prove, collusione tra forze politiche, o che sono ancora colpiti da forti stigmi sociali, che spesso comportano una sottovalutazione del reato in sé, come ad esempio i femminicidi.

Tuttavia, la semplificazione eccessiva del processo penale, unita a giudizi costruiti su informazioni parziali e a una conoscenza spesso superficiale dei meccanismi della giustizia, finisce per produrre una rappresentazione distorta della figura del detenuto. In questo vuoto di complessità si affermano narrazioni semplificanti, come quella del “mostro”, che estremizzano i fatti e riducono l’individuo a una caricatura del male. Una retorica che, oltre a disumanizzare chi è recluso, assolve implicitamente la collettività da ogni responsabilità, oscurando le cause strutturali (sociali, culturali e istituzionali) che chiamano in causa l’intera società.

Inoltre, l’estrema polarizzazione tende a alimentare la logica punitiva del carcere e a oscurare quella che, almeno sulla carta, dovrebbe essere la sua reale funzione: giustizia riparativa e reinserimento in società della persona detenuta.


Questo contenuto rientra nella campagna mediatica del progetto INSIGHT – “Initiating New Standards in Journalism”, cofinanziato dal programma Erasmus+ dell’Unione Europea, che promuove un giornalismo etico e una rappresentazione rispettosa delle persone (ex) detenute, favorendone la reintegrazione sociale.

Emma Panini - Volontaria di Servizio Civile e neolaureata in Scienze della comunicazione. Da sempre appassionata di giornalismo e informazione, ho una forte propensione per i temi di giustizia sociale e politica.