Dal Canada: Voglio fare l'emigrante
Lunedì 13 Giugno 2011 13:50

valigia%201.jpgQuesto post è stato scritto da Francesca, la nostro blogger italiana all'estero (o che vuole tornare all'estero). Se anche tu vuoi condividere il tuo blog e/o le tue riflessioni con noi, contattaci qui: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

Canada:

 

Cominciamo subito con la brutta notizia: ho pressoché finito i colloqui da raccontare. Dove pressoché vuol dire che mi restano solo le risposte per e-mail e ho esaurito i face to face. Avranno intercettato il mio blog? La conseguenza è che devo virare verso altri lidi senza andare fuori tema. Prima di virare verso IL lido, quello di Ostia, dove vedrò di procacciare nuovi esaltanti colloqui per lavori estivi davvero professionalizzanti.

 

 

Per ora, viro solo di qualche meridiano. Canada, Ontario, Toronto. Sono stata da Starbucks. Molte volte. Probabilmente scriverò su questo un “voglio fare l’imprenditrice , perché riuscirò a trovare e scavalcare il muro che ha bloccato per chissà quali ragioni l’arrivo di Starbucks nel nostro paese. Lo distruggerò io. Dormite tranquilli.

 

Insomma, come ho già accennato, mi ha servito il caffè una ragazzona. Grossa eh. E anche un po’ strana, tendente al brutto. Finché non ha parlato e ho capito cosa non tornava. Un trans. Un trans mi ha guardato e mi ha detto “tall, sweeetie?”. Sì, grazie, dolcezza. Te ne compro due da quanto mi piace vederti qui, in magliettona e grembiulone. Perché dal paese dove vengo io, tu, staresti per strada. In tutti i sensi possibili e impossibili del termine. E qui invece hai un datore di lavoro che ti paga uno stipendio e probabilmente anche i contributi, perché in te vede una persona. Dammi anche il tuo numero di telefono, sweetie.

 

Mi devi raccontare che bel paese che è il tuo. Uno dove se per strada fissi la gente per più di 10 secondi, quella invece di fulminarti ti sorride. Uno dove in metro uno sconosciuto di 60 anni incontra una ragazza di colore che sembra Halle Berry e ci scherza, con tanto di gomitate amichevoli e manate sulle braccia e quella se la ride, invece di guardarlo come fosse un maniaco sessuale. Uno dove camminando di fretta verso il traghetto, leggi su un rettangolino di cartone poggiato a terra la scritta “Pennies or just a smile”, alzi gli occhi e trovi un mendicante con pochi anni più di te, che lo sa che non gli darai niente, ma non fai in tempo a mettere a fuoco tutto il suo viso che una mezzaluna di denti già è lì. Uno dove ti portano le ricevute ai ristoranti con un cerchio intorno alla dicitura “Mancia non inclusa” e uno smile con la parentesi che è più sornione che simpatico.

5 dollari a botta, mica pochi. Poi dici che non ti fai un panino per strada. Sanguisughe.

 

E’ un posto, il Canada, dove le donne guidano gli autobus. Come se fossero Schumacher che si è dimenticato l’esistenza del cambio, ma non ci prova neanche a rallentare. Così sfrecciando a 100 chilometri orari in terza su un coso di lamiera enorme che fa il rumore di un jet a propulsione, viene da chiedersi se era davvero il caso preoccuparsi così tanto della morte di Osama Bin Laden e di qualche nuovo 11 settembre con te dentro l’aereo, quando la probabilità di finire schiacciata contro un gardreil, americano, per carità, per colpa dell’emancipazione che in questo paese ti ha tanto soddisfatto vedere, è di gran lunga maggiore. Almeno con l’attentato avrebbero letto ad alta voce il tuo nome, in una piazza gremita di gente, che piange senza sapere chi eri. “Francesca, 26 anni, lascia una madre, un padre e un libro postumo e cortissimo sulla disoccupazione”.

 

Insomma, il Canada è un posto dove succede tutto questo e anche altro. Ci sono coppie miste, mistissime, bianchi con neri, neri con gialli, gialli con bianchi. Una frittata di dna. E ragazzi e ragazze globalizzati dalla nascita bellissimi, mulatti con gli occhi azzurri. Ragazze cinesi che sembrano uscite dal film “Memorie di una geisha”. E se il tuo boifriend poi si gira a guardarle per strada tu non è che puoi dire niente. Guardi con lui. Si parlano 150 lingue, perché è la città con più etnie del mondo.

 

E un giorno, stanca di Starbucks, vado da Tom Hortins, una cosa del genere, e ordino un caffè. Regular. Small. E poi mi giro verso il mio compagno di viaggio e gli chiedo quale ciambella vogliamo. E la ragazza che sta aspettando che i soliti turisti si raccapezzino di fronte ai 5 metri quadri di porcherie fritte e altamente caloriche che ha alle spalle dice “Ah! Ma siete italiani!” e io “Ah! Che bello, non mi devo sforzare a pensare se “quello” si dice this, that o qualcos’altro che sicuramente è l’opzione giusta e che puntualmente mi scordo” Sì. Italiani. E lei mi dice che in Italia ha passato tipo 10 anni. E io le chiedo, con un acume da tg1: “e come mai sei tornata?”. E lei mi guarda. Passano due secondi intensissimi, in cui ho distintamente avvertito il ticchettio di tutti gli orologi della caffetteria. Pupille nelle pupille effetto ipnosi mi sembra di sentirle dire “dai. Dai dai dai dai. Non vuoi sentirtelo dire per davvero che il tuo paese non è un posto bello dove vivere. Non vuoi che io te lo dica”. La versione ufficiale che le esce dalle labbra è: “mmm… fifty fifty”. Ho capito meglio cosa ha pensato rispetto a cosa mi ha risposto. Che vordì fifty fifty? Sicura che ci sei stata 10 anni? Ci siamo fatte una risata, perché, dai, davvero, c’era mica bisogno di una risposta sensata?

 

Prendiamo una cosa che somiglia a una bomba alla crema con l’aggiunta di una glassa bianca e marroncina, che forse è succo d’acero, glassato anche lui. O forse no. Difficile capire il gusto della roba americana. Dio, come amo quest altro paese!

 

Perché raccontarvi tutto questo in un blog sulla disoccupazione? Perché la situazione in Italia è come la storia della rana citata nel film “una scomoda verità” di Al Gore: se una rana salta in un pentolone di acqua bollente si accorge del pericolo e scappa via. Se invece si trova dentro al pentolone, con l’acqua che viene scaldata lentamente, allora morirà bollita, senza accorgersene. Sono passati quasi 6 mesi dalla fine del mio stage. Non me ne sono accorta. In questi 6 mesi ho scritto tanto, mi sono lamentata tanto, ho fatto tanto di molte cose, ma niente mi ha reso chiaro così come adesso quanto siamo messi male. E, non solo, quanto difficilmente ne usciremo. In tempi minori di dieci anni.

 

Andare all’estero vuol dire guardare nella realtà un mondo che hai solo facoltà di immaginare. Uscire dal pentolone, cioè. Atterrare a Fiumicino, vuol dire tornare nel pentolone. Solo che adesso l’acqua bollente la senti. E hai solo voglia di scappare via.

 

E nel mio starbucks accetterò solo trans, anche prima esperienza.

 

Tratto dal blog di: diversamente occupata // generazione buoni pasto http://diversamenteoccupata.wordpress.com

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