| Da Amsterdam a Bruxelles, il termine dell’Europa |
| Lunedì 23 Luglio 2012 11:43 |
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Raggiungere casa di Victor per rendergli la bici era stato perfettamente naturale, e anche il fatto che lui mi invitasse ad entrare era abbastanza prevedibile. Inaspettata è stata invece la sua faccia assonnata che mi diceva, quasi scusandosi, che l’app a cui aveva pensato esisteva già, e che quindi ora poteva dirmela.
Ci ripensavo e ridevo, ora che ero finalmente in bus, pensando alle corse che avevamo fatto con la sua macchina per rimediare al tempo perduto per progettare fantastiche e profittevoli partnerships per esportare l’idea in Italia, almeno là. Durante quel tragitto nel ring di Amsterdam, tra i pochi pendolari che non avevano il lusso di una bici, avevamo progettato per filo e per segno i prossimi passi da fare: le analisi di mercato alla buona, se tra i nostri amici ci fosse il necessario know-wow tecnico (credo che abbia proprio detto “uao”), quanto pensavamo di poter guadagnare durante la fase di lancio dell’applicazione.
Alla fine ci abbracciamo con la promessa di scriverci, e nel bus penso che forse sarebbe logico che non ci sentissimo mai più, ma non avevo il tempo e la voglia di indugiare su quei pensieri. La prima parte del mio viaggio era definitivamente conclusa, ora mi aspettavano Bruxelles e alcuni ricordi di un po’ di anni fa.
In generale, Bruxelles mi è parso il luogo più adatto per sballarsi. Più di Amsterdam. L’austerità dei palazzoni e l’ampiezza dei viali a misura di SUV risulterebbero ben più psichedelici. Uno si ritroverebbe a fare le smorfie ai compassati funzionari europei, quelli che dietro le vetrate a specchio prendono scelte efficientemente razionali improntate al progresso e all’integrazione comunitaria. Un po’ come quella donna che in francese inveiva di fronte alla sede del parlamento della comunità fiamminga. Questo è un buon posto per impazzire, nessuno ci farebbe caso, si avrebbe anzi la compassione del pubblico pagante.
Oppure uno andrebbe di matto come quelli che bivaccano nei dintorni degli atri dei grandi alberghi, quelli che dormono sulle rare panchine al centro dei grandi Boulevard, quando i negozi sono chiusi e non ha senso per i poliziotti in bicicletta venire a farsi un giro. Sono magari quelli che, avendo lavorato per nove mesi qui in Belgio, adesso brindano alla salute dell’inesistente governo belga, che continua a garantire loro, in virtù di quel duro lavoro, un cospicuo vitalizio mensile. Mentre osservo i pesci saltellare allegramente sotto il sole che abbraccia di luce il Parco Leopold, una sorta di cortile privato alle spalle del Parlamento Europeo, dove i rappresentanti delle Nazioni vengono a mangiare il loro tramezzino gourmet, penso che questo è un vero viaggio al termine dell’Europa.
Tutto dovrebbe cominciare qui, e invece...per continuare la lettura conultare il portale anordestdiche Autore: Alessandro Vignale Articoli Correlati:
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Mentre nel bus osservo i Paesi Bassi estendersi in lunghezza sotto l’irrevocabile grigio di quel lunedì mattina, ripenso alla pedalata dalla barca fino in città. Fintomi un pendolare, mi districavo tra gli incroci ora divenuti familiari.
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