| Pioggia alla Belga. L'esperienza di Giulia |
| Scritto da Giulia |
| Mercoledì 29 Febbraio 2012 12:28 |
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Pourquoi en Belgique il n'y a plus de parapluie ? Parce que les Belges les utilisent sur le toit de leurs maisons comme antenne satellite
Le risposte degli Italiani all’estero alle domande stereotipate di amici e parenti sono sempre le stesse:
L’ hobby preferito dell’Italiano a Bruxelles, una volta rientrato in patria, è lamentarsi del tempo. E questo non è vero. Il Belgio non è freddo, non per me almeno. Sono cresciuta all’ombra delle Alpi, sono abituata a mettermi piumini, sentirmi gelare il naso la mattina e passare giornate intere attaccata al termosifone. Però fin da piccola ho imparato il ciclo della natura: d’estate fa caldo, in autunno meno, d’inverno fa freddo, in primavera comincia a tornare il caldo. Il ciclo della natura in Belgio non esiste. Il tempo Belga è schizofrenico e strano almeno quanto i suoi abitanti. La gente non fa mai il cambio di vestiti negli armadi, perché ad Agosto potrebbero esserci due gradi (la temperatura che mi ha accolta quando sono arrivata la prima volta e mi ha subito fatta precipitare in cupa depressione), e ad Aprile trenta. I Belgi talvolta si vantano di avere quattro stagioni, ma tutte in un giorno. Se Vivaldi fosse nato in Belgio, per prima cosa si chiamerebbe Antoine Vivaldì oppure Anthon Van Vivald, e invece delle “Quattro Stagioni” avrebbe composto “La lunga giornata”. Sarebbe stata una sinfonia dove note allegre si susseguono a note tristi, gli acuti e i gravi sono mischiati senza un senso e alla fine i violini si alzano in piedi e prendono a sbattere sconsolati i loro strumenti per terra. Poi, la pioggia, la tanto celebrata “drache”. Presente quel detto africano per cui una gazzella ogni giorno si alza e sa che dovrà correre più veloce del leone? Bene, ogni giorno un Belga si alza e sa che pioverà. Non importa se ci sono trenta gradi e il meteo mette sole, pioverà. Per questo motivo anche io sono stata colta da una sorta di fatalismo e ho smesso di portarmi dietro l’ombrello, stirarmi i capelli e mettermi i sandali: se pioverà, io mi bagnerò, non c’è soluzione. Ho comprato un cappello, ma è piuttosto per moda. Jacques Brel, una sorta di pilastro della cultura belga (che tutti prendono oltretutto per francese), cantava in una canzone che “il cielo di Bruxelles è basso”, o qualcosa del genere. Aveva ragione. In Italia il cielo mi sembra alto almeno due o trecento metri, mentre in Belgio sarà massimo una decina. E tutto è grigio, perché il cielo è cosi’ basso che il sole non arriva. In Italia mi sembra sempre che ci sia tantissimo sole, mi fanno quasi male gli occhi, perché io sono abituata a questo grigio di cielo, cose e persone. Quando diventerò un’artista famosa questo sarà ricordato come il mio periodo grigio. I belgiofili amano dire che tutto sommato il tempo a Bruxelles non è cosi male, e tutto sommato ci si abitua. Anche io dicevo cosi’, quando a Ferragosto ero in un bar con una cioccolata calda tra le mani, quando sono rimasta chiusa un’ora in ufficio perché la pioggia aveva inondato la strada e quando mi sono accorta che alla fine dell’estate avevo il colore verde delle lucertole e le occhiaie profonde di chi vive in una grotta. Poi arriva il momento di ammetterlo: il tempo a Bruxelles fa schifo, e si, vorrei fare gli aperitivi all’aperto le sere di primavera senza tornare a casa fradicia, si, vorrei prendere il sole d’estate, si, vorrei svegliarmi la mattina e sapere se con una camicia morirò di freddo o di caldo. Forse un giorno me ne andrò alle Hawaii a fare la blogger e la coltivatrice di noci di cocco, e allora, da brava italiana, potrò iniziare a lamentarmi del caldo. Perché, tutto sommato, siamo un popolo a cui piace lamentarsi. (Traduzione della barzelletta per i non francofoni: perché in Belgio non ci sono ombrelli? Perché i Belgi li utilizzano sui tetti delle case come antenne satellitari)
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